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Lavoro: Ilo e Wto, paesi con lavoro precario hanno perso il 2% del Pil
Fonte Asca
Mentre il commercio a livello globale ha continuato a crescere in volume e valori, la percentuale di lavoratori inchiodata al lavoro informale ha continuato a crescere senza trovare una sua stabilizzazione. Anche nell'economia formale, una crescente percentuale dei lavoratori e' in nero o lavora in condizioni di precariato ''tali da poter solo peggiorare, come risultato della crisi finanziaria globale''. E' il risultato di una ricerca congiunta condotta dall'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e dall'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) pubblicata oggi.
Nel 2007, rivela il rapporto, il commercio ha rappresentato il 60% del Pil globale, mentre a meta' degli anni Ottanta produceva appena il 30% del Pil globale. Il lavoro informale, pero', rappresenta ancora il 60% dell'occupazione globale. Un danno certo per la crescita globale: il campione dei Paesi analizzato nello studio congiunto ha mostrato una perdita del 2% in media di Pil proprio a causa del lavoro informale.
Risolvere il problema del precariato, affermano Wto e Ilo ''non e' solo un problema di giustizia sociale. Serve per migliorare l'efficienza dinamica dei diversi Paesi, perche' l'economia informale rappresenta un ostacolo alla costruzione del valore aggiunto della produzione e alla competizione globale''. Incoraggiare la formalizzazione dei rapporti di lavoro ''sia da parte delle imprese sia dei lavoratori - si legge ancora nel testo - consente ai Paesi di realizzare maggiorni entrate fiscali, e a migliorare la loro capacita' di stabilizzare le proprie economie e a mitigare le conseguenze avverse degli shock esterni'', come nel caso della crisi economica globale.

WTO istruisce il caso relativo alle dispute Cina-Ue sulle viti
Radio Cina International - 26 ottobre 2009
Secondo quanto appreso il 26 ottobre dal ministero del Commercio, il 23 ottobre l'organismo per la soluzione delle dispute della WTO ha istituito ufficialmente un gruppo di esperti per il caso relativo al ricorso cinese contro l'Ue per le misure antidumping riguardo sulle viti.
Un responsabile interessato del dipartimento per i regolamenti e le leggi del ministero del Commercio ha affermato che gli atti dell'Ue hanno violato gravemente le normative pertinenti della WTO, danneggiando gli interessi legittimi della Cina. Il governo e le imprese cinesi hanno espresso un energico malcontento a riguardo, sollecitando l'Ue di annullare quanto prima i regolamenti e le sentenze non corrispondenti alle norme della WTO, cessare gli atti che disturbano gravemente il normale commercio tra Cina e Europa e ne danneggiano gli interessi industriali.

Pene degne di uno stato autoritario. Per Genova nessuna giustizia
www.veritagiustizia.it - Genova, 9 ottobre 2009
La sentenza di oggi è scioccante. Pene così pesanti, fino a 15 anni, per persone accusate di reati contro le cose, e non contro le persone, sono del tutto sproporzionate e fuori anche dal senso comune. Al G8 di  Genova l’uccisione di una persona è stata archiviata senza processo e le inusitate violenze compiute da uomini in divisa contro persone indifese, alcune ferite molto gravemente, sono state punite con pene lievi, per lo più  coperte dalla prescrizione. Questa ingiusta e inedita sproporzione, più che a un paese democratico fedele allo stato di diritto, fa pensare alle sanzioni inflitte dagli stati autoritari contro i dissidenti. E’ una sentenza inquietante e dovrebbe allarmare tutti.
Le assoluzioni dei manifestanti coinvolti negli scontri in via Tolemaide confermano il giudizio espresso questa estate dalla Corte Europea per i diritti dell’uomo, che ha condannato lo stato italiano – a causa della sua fallimentare gestione dell’ordine pubblico – a risarcire la famiglia Giuliani. Lo stato italiano, anziché chiedere scusa alle vittime e a tutti i cittadini e invece di avviare
un’operazione di ricambio al vertice delle forze di polizia, ha addirittura promosso e omaggiato i maggiori dirigenti, responsabili sotto il profilo morale e professionale di una delle pagine più nere nella storia delle forze dell’ordine italiane.

 


Notizie dall'incontro di Banca Mondiale e Fondo Monetario - Instanbul 7 ottobre 2009

Banca Mondiale e Fondo Monetario, il vero cambiamento è un'altra cosa
Agli incontri annuali della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, in corso di svolgimento a Istanbul, la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale denuncia le resistenze dei Paesi ricchi e del management delle istituzioni nel promuovere una autentica riforma delle istituzioni di Bretton Woods. Sulla base degli accordi raggiunti al G20 di Pittsburgh, la Banca mondiale ed l'Fmi si preparano a lanciare una serie di nuovi strumenti e prestiti senza un profondo cambiamento delle proprie politiche, che continuano a danneggiare i Paesi in via di sviluppo ed il clima.
Nonostante le parziali intese siglate al G20, lo scontro ancora aperto sulla riforma del sistema di governo interno delle istituzioni, in particolare della Banca mondiale, non ha permesso di raggiungere una decisione di tutti i governi sull'aumento delle risorse a disposizione della Banca mondiale. Sul fronte Fmi, i fondi erogati nei confronti dei Paesi più poveri per fronteggiare la crisi sono ancora pochi e in molti casi soggetti a condizioni economiche capestro. Un recente studio della rete della società civile Eurodad, di cui la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale è membro, dimostra che ancora oggi l'Fmi impone condizioni che ostacolano la creazione di posti di lavoro, proprio quando il direttore del Fondo ammonisce il mondo sui rischi dell'aumento drammatico della disoccupazione nei prossimi mesi. “E' singolare”, ha dichiarato Antonio Tricarico della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, presente a Istanbul, “che il Fondo monetario e la Banca mondiale ci dicono che sono cambiati ed hanno grandi piani per far fronte alla crisi economica e sociale nei Paesi poveri e per finanziare misure contro i cambiamenti climatici nel Sud, e poi continuino imperterriti ad imporre condizioni economiche restrittive che impediscono un intervento pubblico nei Paesi poveri e a finanziare progetti a combustibili fossili che aumentano l'effetto serra.” “E' difficile credere che sia avvenuta una vera riforma e che siano state imparate le lezioni della crisi. Oggi la principale ossessione rimane quella del sostegno al settore privato negli interventi di sviluppo più che la promozione di politiche di interesse pubblico” ha concluso Tricarico.

Notizie dal Public Forum Wto - Ginevra 28-30 settembre 2009... da www.fairwatch.splinder..com

Roppa: l'Africa esca dalla Wto
Non un'autoassoluzione delle organizzazioni contadine "ancora molto fragili di fronte agli assetti negoziali presenti alla Wto". Ma una proposta dirompente: "visto che questa organizzazione sta prendendo in carico solamente gli interessi di una piccola parte di abitanti del pianeta, non abbiamo più il diritto come Paesi africani di continuare a solidarizzare con essa". Ndjogou Fall, preidente del Roppa, rete delle organizzazioni contadine dell'Africa dell'Occidente, dal Public Forum che si conclude oggi alla Wto a Ginevra, ha lanciato questa provocazione come risposta ad una posizione, quella della Wto, "che considerato il contesto mutato, la crisi in corso e l'interdipendenza tra i Paesi amplificata da questi meccanismi di globalizzazione, non può più essere preminente, considerato il fatto che sta creando gravi problemi invece di risolverli". Una nuova governance che faccia perno sulla FAO, e su un rinnovato Comitato per la sicurezza alimentare: è questa la risposta di Governance che i movimenti contadini vorrebbero vedere realizzata a breve. Le vecchie soluzioni non bastano più: "è arrivato il momento perché l'Africa non continui più a solidarizzare con un sistema che ci danneggia. Lo ribadisco - ha concluso - non è più tempo per l'Africa di rimanere all'interno della Wto che ignora le nostre necessità e ci impedisce di continuare a nutrire la nostra popolazione".

Povero lavoro
Mentre le imprese si ritirano nei confini nazionali o off shore a leccarsi le ferite della crisi, i risultati dell’ubriacatura della globalizzazione diventano ogni giorno più cruenti. Oltre 190 milioni di persone al mondo –ultimi dati dell’Organizzazione mondiale del lavoro estratti in occasione del Public Forum in corso a Ginevra – sono stabilmente disoccupati. 76 milioni sono giovani. Ci sono 1,2 miliardi di lavoratori che guadagnano meno di 2 dollari al giorno e l’80% dei lavoratori nell’Africa sub sahariana e dell’Asia meridionale sono “working poor”, cioè poveri nonostante abbiano un impiego. Nella stessa area l’85% delle lavoratrici sono precarie. Dal 1997 al 2007 mentre i fatturati globali crescevano del 4,2% l’anno, l’occupazione aumentava appena dell’1,6%. E la stima di quelli che alla fine della crisi si ritroveranno senza posto sono saliti a 200 milioni, ma non più soltanto nei soliti Paesi poveri e flagellati. L’Ocse stima che 42 milioni lo perderanno solo tra i Paesi ricchi dell’area. Saremo tutti più poveri, insomma, ma costretti a lavorare per rimanerlo.

Lamy: dobbiamo resistere al “ritorno al locale”
Troppo consumatori hanno perso il loro potere d’acquisto: è per questo che dobbiamo resistere alla tentazione di “tornare al locale”. E’ stata questa la posizione-chiave del direttore generale della Wto Pascal Lamy nel suo discorso di apertura del Public Forum della Wto che riunirà da oggi e fino a mercoledì nella sede della Wto di Ginevra migliaia di esperti, rappresentanti istituzionali, non governativi e studiosi intorno al tema “Global problems, global solutions”. La suggestiva tesi di Lamy vuole che, visto che la gente non può più spendere molto, considerando che aumenta la disoccupazione nel mondo, ha bisogno di merci e servizi a prezzi bassi che gli possono arrivare solo da una competizione internazionale sempre più forte. Se per la competizione globale sempre più cieca sempre più persone perdono il lavoro, per il direttore generale non conta. Basta che si concluda al più presto il round dei negoziati cosiddetto “dello sviluppo” sul quale si sta giocando la carriera. Se le tariffe e le tasse sulle importazioni andranno giù, ha sostenuto infatti  Lamy, il cibo, lungo la cinghia di trasmissione del mercato, correrà spedito nelle bocche degli affamati. Il miracolo è servito, peccato che fino ad oggi non ce n’è traccia e la gente continua a morire.

Notizie dalla miniministeriale indiana 2-5 settembre 2009... da www.fairwatch.splinder..com


Wto: accordo raggiunto... con un altro nulla di fatto
La notizia dall'India alla fine della miniministeriale è che i negoziatori si sono dati appuntamento a Ginevra per portare avanti il negoziato. L'accordo, dunque, imbarazzante a dirsi è questo: il ministro per il commercio indiano Anand Sharma, a conclusione di un incontro durato un giorno in meno del previsto, ha annunciato alla stampa che i ministri al commercio si sono dati appuntamento per il 14 di questo mese, in vista dell'incontro del G20 a Pittsburgh, per mettere insieme tutti i punti rimasti aperti e cercare di chiuderli entro il 2010.
"Abbiamo raggiunto l'accordo di intensificare i negoziati", ha affermato Sharma, traducendo questa intenzione in un appuntamento concreto - quello del 14 prossimo - che avrebbe l'intenzione di  raccogliere tutte le buone intenzioni ribadite in tutti i vertici più recenti, fino al G8 abruzzese.
In realtà da questo vertice sarebbero dovute già uscire delle indicazioni concrete di modalità di riduzione delle tariffe e dei dazi nei principali capitoli negoziali. Ma ciò non è successo. L'India, dunque, ospitando il vertice si è scrollata di dosso la nomea di "cattivo membro" della Wto, ma i blocchi che c'erano nei testi prima dell'arrivo dei ministri, non sembrano affatto superati.

Contadini indiani “frange pazzerelle” o analisti imparziali?
Chi si preoccupa in India degli impatti che le nuove regole del commercio avranno sui sistemi agricoli locali e sulla sopravvivenza dei 600 milioni di agricoltori del Paese, viene apostrofato come facente parte di una “frangia pazzerella” che oppone il Doha Round. E’ successo a Devinder Sharma, giornalista e analista indiano che oggi scrive che così il capo-negoziatore Rahul Khullar ha definito le proteste in corso nel Paese, ricordando a lui e a tutti noi che se non fosse stato per quelle “frange pazzerelle” l’India avrebbe già firmato da tempo il pacchetto di liberalizzazioni. E che forse gente come lui o come i leaders contadini sono più interessati a fare gli interessi del Paese rispetto a chi, come l’ex capo-negoziatore Anwar Hooda oggi è diventato il vice direttore generale della Wto e sarebbe più felice di vedere il suo Paese firmare i nuovi accordi nel corso del suo mandato.
Le obiezioni nel merito avanzate da Devinder Sharma sono stringenti:
Il “round dello sviluppo”: la ministeriale di Doha del 2001 che ha fatto ripartire i negoziati ha deciso che o Paesi membri avrebbero continuato “a fare sforzi positivi per assicurare che i Paesi in via di sviluppo e in particolar modo quelli meno sviluppati tra di essi, si assicurassero una partecipazione alla crescita del commercio globale commisurata allo sviluppi delle loro economie”. Tuttavia i numeri dei poveri e degli affamati in India, e in tutto il mondo, cresce e molti dei loro sistemi produttivi hanno subito contraccolpi dalle prime liberalizzazioni introdotte (vedi quella del settore tessile);
L’agricoltura non è in discussione: in un incontro “faccia a faccia” con le delegazioni contadine un giorno proma dell’inizio della Wto, il ministro al commercio Anand Sharma aveva assicurato loro che l’India non farà concessioni sull’agricoltura. L’India, dando per chiusi i testi su agricoltura e prodotti industriali (NAMA), vuole mettere sul tavolo ora richieste ambiziose sul capitolo dei servizi. Perché, però, Europa e Usa dovrebbero farle regali sui servizi, proprio ora che fronteggiano la recessione?
Eccezioni per i Prodotti speciali (SP) e Misure speciali di salvaguardia (SSM): Lamy a Hong Kong li aveva definiti dispositivi-carota da sventolare davanti al naso dei Paesi in via di sviluppo per farli avanzare nei negoziati. Le liste di prodotti “sensibili” per i Paesi più poveri, però, che potrebbero essere esclusi dalle liberalizzazioni delle tariffe doganali, e le misure di salvaguardia che i Paesi  che fronteggiassero invasioni di prodotti pericolose per la loro stabilità economica sono talmente complesse e, soprattutto, temporanee, che difficilmente potrebbero salvare chiunque o bloccare un singolo container
Sussidi: e qui casca l’asino. La Fao ha detto chiaramente, e più volte, che per sviluppare economie (e commerci) stabili c’è bisogno degli investimenti pubblici. Ma è davvero giusto che l’80% dei sussidi in agricoltura sia, nei fatti, ammesso perché inserito nella fascia (o scatola verde) che la Wto intende mantenere?

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